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Pedofilo tornato a casa, battaglia tra giudici “In Cassazione per salvare Francesca”

Pedofilo tornato a casa, battaglia tra giudici “In Cassazione per salvare Francesca”

ROMA – E ora la Cassazione. La storia di Francesca, la tredicenne romana che, dopo sei anni di molestie e la condanna in primo e secondo grado, ha visto tornare il suo aguzzino a vivere nell’appartamento sopra di lei arriva davanti alla Suprema Corte.
Il sostituto procuratore generale, Alberto Cozzella, ha presentato ricorso contro il rifiuto …

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Summary : Depositato il ricorso, è l'ultima carta contro l'orco autorizzato a vivere accanto alla sua vittima. Successe la stessa cosa con il maniaco del garage, violentò una donna e lei dovette traslocare

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ROMA – E ora la Cassazione. La storia di Francesca, la tredicenne romana che, dopo sei anni di molestie e la condanna in primo e secondo grado, ha visto tornare il suo aguzzino a vivere nell’appartamento sopra di lei arriva davanti alla Suprema Corte.

Il sostituto procuratore generale, Alberto Cozzella, ha presentato ricorso contro il rifiuto della Corte d’Appello ad applicare un nuovo divieto di dimora. Come quello che le toghe avevano revocato il 4 luglio permettendo allo “zio” Pino, l’ex militare alla quale la madre a volte affidava la bambina, di tornare ad abitare l’appartamento al piano superiore a quello dove vive con la piccola. Decisione della quale, però, la vittima si è accorta solo il 20 luglio: troppo tardi per impugnarla, il suo aguzzino era già lì, nel palazzo. Così il pg ha presentato la richiesta di una nuova misura che la sezione feriale ha rigettato il 12 agosto. Ma il magistrato non si arrende e impugna. Depositato ieri il ricorso, si va in Cassazione. È l’ultima mossa possibile per salvare la piccola. Per evitare che continui a vedere ogni giorno il suo aguzzino.

Intanto sdegno e polemica non si placano. Il Garante dell’Infanzia si è appellato al Tribunale dei minori e al Parlamento perché facciano qualcosa in tempi brevi. Alla Camera si preparano interrogazioni. Magistrati e avvocati chiedono che non si ripeta più.

Eppure non è la prima volta. Nel ’96, ad appena tre mesi dall’aggressione, una madre romana aveva visto tornare a casa, nell’appartamento sullo stesso pianerottolo, il ventenne che aveva cercato di violentarla davanti al figlio di 10 anni. L’uomo era stato arrestato e rimesso in libertà perché incapace di intendere e di volere. Quella madre, dopo tre mesi, fu costretta a cambiare città. Sembrava la (triste) fine. Non lo era. Quell’uomo, 13 anni dopo, nel 2009, fu arrestato per aver violentato tre donne. Il suo nome era Luca Bianchini, lo stupratore seriale di Roma, condannato in via definitiva a 14 anni. “Questo episodio mostra che il dolore di quella donna non è servito a nulla”, tuona l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi che la difendeva. “Non ci si può affidare alla sensibilità del giudice: questi reati devono avere una sezione dedicata in cui ad affiancare il magistrato ci siano tecnici in grado di valutare la capacità di autodeterminazione dell’imputato. Troppo spesso si arriva alla conclusione che il violentatore è una persona sana di mente, gli si fa espiare la pena e lo si rimanda a casa”. Addirittura in questi due casi, la condanna nemmeno è stata scontata. “La pericolosità sociale di un violentatore o di un pedofilo – continua Grimaldi – si può verificare solo con una perizia. E invece siamo nella vergognosa situazione in cui si fanno gli esami sulle vittime per valutare la loro attendibilità, e non sui loro aguzzini”. Parla di “sottovalutazione” l’avvocato Teresa Manente, responsabile legale dell’associazione Differenza Donna: “Nella convezione di Istanbul si parla di questi reati come violazione dei diritti umani: feriscono le donne, peggio ancora le bambine, nella loro intimità”.

L’InfoPOINT SARDEGNA e l’InfoPOINT ARBATAX-TORTOLI’

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