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Roma e la tela di ragno della ‘ndrangheta “Così la soubrette procurava gli appalti”

Roma e la tela di ragno della ‘ndrangheta “Così la soubrette procurava gli appalti”

La racconta l’inchiesta Lybra della Dda di Catanzaro, portata avanti dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni e dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. È una sorta di manuale per identificare gli ingredienti per ottenere successo nel sistema “estrattivo”, dove gli interessi politici si sposano a quelli affaristici e dove i mediatori più adatti sono quelli mafiosi. E degli attori di una storia che – al di là degli appalti e degli affari effettivamente portati a termine – ci dice tutto del sottobosco che abita i palazzi del potere

 

 

       Michela Cerea, la soubrette coinvolta nell’inchiesta della Dda di Catanzaro

RIUSCIRE a chiudere un importante affare a Roma, nel luogo da cui partono i grandi progetti e appalti, è la più sfiancante corsa a ostacoli che ci sia. Lo sa qualsiasi imprenditore. La burocrazia levantina, l’assenza di finanziamenti, gli appalti raggiungibili solo con linee d’accesso privilegiate rendono gli affari romani sempre più complicati e coperti da inquietanti ombre. Eppure qualcuno è ancora in grado di fare business: le imprese legate alle organizzazioni criminali. Chi vuol comprendere come si arriva a chiudere un importante affare a Roma e a vincere un milionario appalto legga questa storia.

La racconta l’inchiesta Lybra della Dda di Catanzaro, portata avanti dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni e dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. È una sorta di manuale per identificare gli ingredienti per ottenere successo nel sistema “estrattivo”, dove gli interessi politici si sposano a quelli affaristici e dove i mediatori più adatti sono quelli mafiosi.
Basta compilare un semplice elenco dei comprimari (non indagati ma citati in questo incredibile puzzle di potere) per rendere subito tangibile questa dimensione esemplare. Ci sono l’ex assessore ai Lavori Pubblici della Regione Lazio, Vincenzo Maruccio (Idv), e Diego Zarneri, vicesegretario nazionale del Movimento per l’Italia di Daniela Santanché. Giulio Violati, manager nel settore cinematografico e marito di Maria Grazia Cucinotta, e una soubrette non molto nota ma ottimamente introdotta persino in ambienti vaticani, Michela Cerea. Non mancano nemmeno la proprietaria di un centro massaggi in zona Vaticano e un Gran Maestro di una loggia massonica. Politici, massoni, mafiosi, soubrette, imprenditori: attori di una storia che – al di là degli appalti e degli affari effettivamente portati a termine – ci dice tutto del sottobosco che abita i palazzi del potere.

Il mediatore delle cosche e i politici - Il protagonista principe è Francesco Comerci, titolare della ditta “Edil Sud”, accusato dall’antimafia di essere al servizio dei Tripodi di Porto Salvo, cosca legata ai Mancuso di Limbadi, la più potente famiglia ‘ndranghetista della provincia di Vibo Valentia e una delle più ricche d’Europa. Comerci ha fatto carriera gestendo la riscossione di danaro a usura per il clan Tripodi e nel 2008, assieme alla moglie, ha rilevato “La Dolce Vita”, un bar-pasticceria in Viale Giulio Cesare a Roma a due passi dal Vaticano. A Roma diventa il principale mediatore, colui che deve procurare le giuste entrature alla cosca.

La prima mossa del mediatore di ‘ndrangheta è tentare di agganciare l’assessore ai lavori pubblici, poi consigliere di minoranza con la giunta Polverini, Vincenzo Maruccio, lui stesso calabrese. A Roma, prima di tutto, contano i rapporti, le conoscenze. Per avvicinarlo, Comerci batte diverse strade, tra cui quelle di due figure femminili: la compagna di un avvocato impiegata alla Regione Lazio e una signora francese, Cecile Claire Toulet, che ha un centro massaggi in via Plauto e che conosce il politico. Comerci, intercettato al telefono, non esita a spiegare molto chiaramente alla francese quali sono le regole della sua terra: “lui (Maruccio, ndr) conosce lo ZIO e quindi deve scattare sugli attenti perché da loro in Calabria ci sono questi legami forti e dunque deve essere lui a chiamarlo e non io (Comerci, ndr) a cercarlo”. L’indagine non è riuscita a dimostrare se c’è stato un incontro tra l’uomo di ‘ndrangheta e il politico, ma il progetto era chiaro: voti in cambio di appalti.

Tramite la Edil Sud di Comerci, utilizzata anche per una vasta attività di riciclaggio, tentava di acquistare di immobili di prestigio. Ma il sistema poteva disporre anche di società in regola con tutte le certificazioni per partecipare a gare di appalto pubbliche (cosa di cui la Edil Sud non disponeva).

Alla ragnatela di Francesco Comerci e del suo commercialista, Nunziato Grasso, non poteva mancare la massoneria. Paolo Coraci non è un massone qualunque ma il Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Massoneria Universale Grande Oriente Scozzese d’Italia Cavalieri di San Giorgio in Roma. A leggere la sua carica sembra un personaggio creato per un film di Fantozzi ma il suo potere non ha nulla di comico. La loggia, attraverso i convegni e gli incontri organizzati, mirava a guadagnare posizioni di vertice nei settori dell’alta amministrazione: tra i sogni di Coraci c’era quello di creare in Campania una “Cernobbio del Sud” entrando nell’agone politico con l’associazione “Liberi e Forti”.

Il business immobiliare  - Ma che cosa lega il Gran Maestro Coraci, burattinaio delle alte sfere, con Francesco Comerci, testa di legno ‘ndranghetista della cosca Tripodi? Affari. Coraci proponeva alla Edil Sud di acquistare immobili per svariati milioni di euro in contanti che in realtà erano forniti da persone che evidentemente non potevano figurare ufficialmente nell’acquisto; in cambio, Comerci e la cosca avrebbero ottenuto grossi guadagni più l’assegnazione dei lavori di ristrutturazione delle case e l’affidamento di altri lavori nel campo delle energie alternative. La Edil Sud stava per effettuare operazioni immobiliari fittizie di questo genere su un immobile del valore di 16 milioni di euro, in via Giulia 79, nel pieno centro di Roma, e un immobile in via Ostilia 15, alle spalle del Colosseo, del valore di 16 milioni e mezzo di euro.

L’inchiesta Lybra dimostra che la cosca Tripodi ha esteso i suoi affari ben oltre Porto Salvo, al Lazio, all’Emilia Romagna, al Veneto, alla Lombardia e ad altre regioni. Nel settore dell’edilizia e del movimento terra la famiglia Tripodi riesce a monopolizzare lavori pubblici e privati sul territorio attraverso una costellazione di imprese satellite nella maggior parte dei casi intestate a prestanome; e se non si aggiudica direttamente l’appalto, pretende dal vincitore una tangente pari al 5% dell’importo dell’appalto, come se esercitasse una specie di “diritto di servitù” sul territorio che considera appartenerle. Così la rimozione dei fanghi dopo l’alluvione di Bidona del 2006, i lavori sulla Strada del Mare Pizzo-Rosarno, la pulizia delle spiagge del litorale vibonese erano tutti appalti da controllare, se non direttamente, attraverso le estorsioni alle ditte che se li erano aggiudicati. “Devono lavorare i Tripodi!” era l’imperativo che tutti seguivano nella zona anche senza che ci fosse bisogno di sentirselo dire. Con il tipico metodo mafioso della minaccia e dell’intimidazione, il gruppo teneva sotto scacco anche un’azienda lombarda, la Medialink di Brescia, che si occupa di installazione di reti di telecomunicazione. Assunzioni vivamente “consigliate” di uomini legati alla ‘ndrangheta e pagamento di fatture per prestazioni inesistenti erano solo alcuni dei soprusi che la società era costretta a subire per poter continuare a lavorare tranquillamente.

Il marito della Cucinotta -Quando l’associazione industriali di Roma pubblica una gara d’appalto per l’installazione di migliaia di telecamere a fibre ottiche, il responsabile della Medialink si sente in dovere di informare Comerci del bando. Comerci vuole che a vincere l’appalto sia la Medialink: si tratta di un lavoro da 600 milioni di euro, e una parte sarebbe senza dubbio finita nelle sue tasche. Per questo si attiva subito e organizza un incontro a Roma tra il responsabile di Medialink e un uomo che avrebbe potuto aiutarli a vincere l’appalto: Giulio Violati, manager nel settore cinematografico, noto soprattutto per il suo matrimonio con l’attrice Maria Grazia Cucinotta.

Violati è in ottimi rapporti con le alte sfere della politica, tanto che viene presentato agli uomini di ‘ndrangheta come “onorevole”, anche se in realtà non lo è. L’incontro avviene addirittura in un ufficio-articolazione della Camera dei Deputati a Palazzo Marini, in piazza San Silvestro. Violati – secondo l’indagine – si rivela un contatto con ottime entrature: alza il telefono e fissa un appuntamento per il responsabile di Medialink con il Presidente di Unindustria Roma. Dopodiché si congeda elegantemente dal gruppo e invita tutti i presenti a continuare la conversazione nello studio di uno dei presenti, il loro comune amico Mario Festa, imprenditore di Rovigo ma residente a Gaeta. A quest’ultimo tocca il “lavoro sporco”: è lui, infatti, a proporre al titolare di Medialink, come condizione per poter promuovere la sua azienda sul mercato degli appalti pubblici, di entrare a far parte di un club e di stipulare un contratto di consulenza per un importo iniziale di 50.000 euro a favore di una società non meglio precisata. Funzionava così il “sistema Festa”: mazzette mascherate da un fittizio incarico di consulenza in cambio della promessa di appalti pubblici. Capendo subito che si trattava di corruzione, il responsabile di Medialink si defilò dalla proposta e l’incontro con il Presidente dell’Unione Industriali non avvenne mai.

Il segretario della Santanché -E qui entra in scena la soubrette: Michela Cerea, bergamasca con alle spalle un passato di tv minore. È lei che presenta Festa all’uomo della ‘ndrangheta Comerci, ed è sempre lei che prospetta a Comerci la possibilità di ottenere ricchi appalti, in Italia e all’estero: opere per l’Expo 2015 di Milano, la costruzione di ospedali e case in Moldavia, Albania e Croazia, la ristrutturazione dello Stadio di Novara… Il tutto era possibile grazie al fornito giro di amicizie dell’ex soubrette, tra cui spiccava il vicesegretario nazionale del Movimento per l’Italia di Daniela Santanché.

È qui che emerge tutto il sistema-Italia. Leggere queste intercettazioni fa comprendere più di qualsiasi sentenza come funziona il meccanismo che lega gli affari, qualsiasi tipo di affari, alla politica.

Michela Cerea: “Perché adesso, tutti i giorni, sono entrata in contatto con il partito di Daniela Santanché… (…) e c’ho il suo vice, il segretario nazionale, tutti i giorni in ufficio perché è un ragazzo di 30 anni… (…) Che veramente… cioè è una cosa questa alla grande… neanche 10 giorni che lavoravo con lui ho beccato subito le pubbliche relazioni con tanto di contratto per il Palazzolo Calcio, che adesso è serie D però vogliono puntare a tornare in C. (…) poi è veramente una brava persona tutto, poi sai adesso fra l’altro Daniela entro la fine di settembre avrà anche un ministero”.
E ancora.

Michela Cerea: “La prima volta che vieni a Milano tu dimmelo così ci vediamo…(…) Ti presento ‘sta persona anche perché, tra l’altro, Daniela è la concessionaria di tutta la pubblicità di Libero, no? … Quindi adesso, siccome tra l’altro lei c’ha un giro pazzesco, volevo entrare anche…. Tipo non so, là… a Buona Domenica nuova che la fa la sua amica lì, la Barbara D’Urso insomma…”

Michela Cerea e il segretario della Santanché, Diego Zarneri, portano avanti l’idea di una relazione con il premier moldavo per ottenere la ristrutturazione di alcuni ospedali in Moldavia (“non uno, addirittura 19″, dice lei). L’ex soubrette dice che andranno in ambasciata a incontrare il portavoce del premier. La ditta di Comerci, promette la Cerea, verrà inserita nella lista di imprese per i lavori in Moldavia e – sempre assicura – di inserirla nel progetto di ristrutturazione dello Stadio di Novara. Le indagini che stanno procedendo scandagliano se è riuscita la Cerea nel suo intento e con quali imprese avrebbe fatto svolgere i lavori al suo amico accusato d’esser uomo di ‘ndrangheta Francesco Comerci (che lei chiama affettuosamente “Pipicchio”).

Michela Cerea: “Allora io, così ragionando con Diego, gli ho detto: “Allora scusami, se conosciamo il premier della Moldavia, ci sarà un cazzo di ospedale che deve essere rifatto, una cosa là in Moldavia, no?” (…) Visto che non conosciamo uno stronzo qualsiasi! E allora ha iniziato, gli ha buttato lì l’idea e adesso abbiamo un appuntamento mercoledì… quello che viene adesso… quello dopo ancora con il portavoce che torna dalla Moldavia e poi… logicamente bisognerà andar là no?”(…) dai Pipicchio che andiamo in Moldavia!!”.

Il telefono intestato alla Selex -Come possa una ex soubrette poco nota ma ben inserita entrare in contatto con il governo moldavo e mediare per appalti milionari è uno di quei misteriosi miracoli romani che quest’inchiesta racconta. I pm non sanno se l’incontro tra Comerci e Zarneri sia effettivamente avvenuto: hanno svelato però fin dove si possono spingere le cosche. Chi teme che l’Expo 2015 diventi una miniera per chiunque voglia fare affari veloci e milionari trova qui una conferma. Forse è solo un caso, ma la Cerea ha un telefono intestato alla Selex (partecipata Finmeccanica), che è uno dei partner della Expo 2015 Spa, e Zarneri, a cui lei si rivolge, lavora anche nello staff dell’assessore alla provincia di Milano con delega all’Expo Silvia Garnero (nipote della Santanché). La provincia di Milano fa parte degli azionisti di Expo 2015. Al di là delle responsabilità penali, che solo i tribunali potranno accertare, conoscere i meccanismi con cui si fanno affari in Italia diventa prioritario. Ignorarli rende ogni ragionamento politico vano. Una democrazia così infettata difficilmente potrà riprendersi se non decide di partire tagliando il nodo inestricabile che lega tangenti, organizzazioni criminali, imprese, politica, immobili.

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