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IMPATTO DEL’UOMO SULLA NATURA

IMPATTO DEL’UOMO SULLA NATURA

“Noi non dobbiamo considerare che la Natura si accomodi a quello che parrebbe meglio disposto a noi, ma conviene che noi accomodiamo l’interesse nostro a quello che essa ha fatto.” Galileo Galilei

 

L’impatto dell’uomo sulla natura è universalmente riconosciuto come allarmante, tale da minacciare fortemente, se non la nostra stessa sopravvivenza, almeno la qualità della nostra vita. È la prima volta, nella storia della vita sulla terra, che una singola specie è in grado di influire così radicalmente sul destino di tutte le altre, animali e vegetali, sconvolgendo, distruggendo ecosistemi. Ma, occorre rilevare, la nostra è una specie straordinaria, nel bene e nel male. Ebbene, sta proprio nello specifico umano la ragione della crisi ambientale, riconosciuta come la massima emergenza planetaria attuale. Percepire cosa si nasconde nello specifico umano, e comprendere la qualità del danno indotto, è pertanto prerequisito per ogni realistico tentativo di cambiamento di rotta.

Ritengo utile, per affrontare il tema dell’impatto dell’uomo sulla natura, prestare molta attenzione all’etologia, la scienza naturale del comportamento. L’etologia, infatti, è la disciplina che, per la sua impronta comparativa, per l’attenzione al contesto ambientale, per la ricerca dei significati adattativi, più si presta per comprendere le straordinarie qualità, o per meglio dire diversità, del comportamento umano. Il comportamento dell’unica specie che si è evoluta per divenire la specialista per la produzione di cultura.

L’uomo dunque, Homo sapiens, e a proposito di questa specie desidero riportare le parole – un breve passo tratto da “La diversità della vita” (Rizzoli 1993) – di Edward Wilson, il fondatore della sociobiologia, scienziato che per i suoi vasti interessi – dalla biodiversità alla biofilia – ben rappresenta quella cultura di confine tra etologia e ecologia (la behavioural ecology) che più di ogni altra disciplina scientifica ha compreso la straordinaria importanza del comportamento inteso come l’effettivo mediatore dei rapporti tra l’organismo e l’ambiente. Le parole di Wilson: “Gli uomini, mammiferi appartenenti alla classe ponderale dei 50 chili e membri del gruppo dei primati, altrimenti noti per la loro rarità, sono divenuti cento volte più numerosi di tutti gli altri animali terrestri di pari dimensioni comparsi nel corso della storia della vita. L’umanità è un’entità ecologicamente anomala da qualunque punto di vista la si consideri: si appropria dell’energia solare fissata nella materia organica dai vegetali in misura variabile dal 20 al 40 per cento del totale, e va da sé che è impossibile sfruttare le risorse del pianeta in tale misura senza che ciò incida in modo drasticamente riduttivo sulle condizioni di vita di quasi tutte le altre specie.”

Ecco, questa è la descrizione che Wilson fa, in un’ottica dichiaratamente ecologica, della nostra specie. Ora, l’anomala posizione dell’uomo nella natura, e le conseguenze che questo determina, derivano – ciò è universalmente accettato – dalle sue capacità di evoluzione culturale, o piuttosto dal maluso che ne ha fatto e che ne fa. Ebbene, uno dei meriti riconosciuti all’;etologia è quello di avere dimostrato i fondamenti biologici e i significati adattativi delle capacità di produrre e trasmettere cultura.

In definitiva è stata questa scienza a offrirci con la maggiore evidenza un’;immagine unificata dell’uomo – biologico e culturale insieme – scavalcando l’antico e radicato dualismo corpo-mente che, tra l’altro, aveva prodotto discipline dimezzate quali, per esempio, l’ antropologia fisica da un lato e quella culturale dall’altro. Discipline che, occupandosi della medesima specie, sono ovviamente affini, e che invece sono state, per una serie di motivi massimamente di carattere ideologico, per lungo tempo praticamente non comunicanti.

Per la comprensione della biologia della cultura determinante è stato lo studio delle piccole culture animali, studio affrontato col metodo comparativo e in una prospettiva evolutiva. È stata la scoperta, in gruppi differenti di animali, della capacità di trasmettere, attraverso l’ apprendimento sociale, soluzioni di problemi, informazioni, nuovi comportamenti, che ha consentito di aprire l’ importante capitolo della biologia della cultura, soprattutto per quanto concerne i significati adattativi. In altre parole: poggiandosi sull’apprendimento e su strategie sociali, popolazioni di animali possono evolvere rapidamente comportamenti utili alla sopravvivenza come quelli antipredatori, abitudini alimentari, tragitti migratori, forme di comunicazione.

Questa capacità di trasmissione culturale è presente in animali tassonomicamente tra loro assai distanti, caratterizzati, comunque, con qualche eccezione, dall’ elevata socialità. Si va dagli imenotteri sociali ai mammiferi ma, procedendo comparativamente, è soltanto nell’ ambito dei primati che si nota il vero grande salto qualitativo. È in quest’ ordine infatti che si assiste all’ assommarsi di un sufficiente livello di consapevolezza (del resto già in tracce presente anche in alcuni altri mammiferi e uccelli) con i primi cenni di astrazione, di capacità di concettualizzazione e – come vedremo importantissimo per quanto concerne l’ impatto dell’ uomo sulla natura con il controllo almeno parzialmente culturale dei comportamenti sociali.

Ma ora vediamo come ciò risulti fondamentale per la comprensione, in un’ ottica naturalistica, della peculiare storia della nostra specie. Per un periodo straordinariamente lungo di tempo, praticamente per tutta la storia dell’ ;umanità fino a grosso modo diecimila anni fa, l’uomo ha vissuto come cacciatore-raccoglitore con una distribuzione territoriale (territori trofici-riproduttivi) dove si trovava in equilibrio con la natura. L’uomo primitivo era cioè in grado di prelevare risorse senza depauperare né eccessivamente modificare l’habitat. Una strategia, denominata K, ben nota agli ecologi, analoga a quella di molte specie animali, come l’aquila, il leone, per citare le più note. Per quanto concerne la nostra specie, di ciò è ancora possibile avere testimonianza per l’esistenza di residue popolazioni, disseminate in varie regioni della terra, viventi con questo stile di sussistenza. Cito, come esempio, i Veddah di Ceylon (Sri Lanka), gli indiani canadesi cacciatori di castori, i Boscimani del Kalahari, i Pigmei Bambuti del Congo, i Waorani (Aucas) dell’Amazzonia.

Il vero inizio del presente , la vera rivoluzione, è cominciata con l’addomesticamento degli animali e delle piante. Con il conseguente avvento della pastorizia e dell’agricoltura non solo ha avuto luogo il primo forte impatto negativo sulla biodiversità (p.e.: un campo coltivato con un’unica specie vegetale in sostituzione di una foresta), ma si è pure assistito, per il progressivo incremento delle risorse, al definitivo scollamento tra demografia e territorialità, fin’allora strettamente correlate nei territori trofico-riproduttivi. Compaiono i primi villaggi e poi le prime città, e va rilevato che è stato a causa del controllo culturale della sua socialità che l’uomo ha potuto cambiare completamente il suo stile di vita, fino a sopportare i grandi affollamenti metropolitani.;Contrapposta alla strategia K, esiste in natura la strategia r, che trova la sua estrema esemplificazione nelle specie dettefuggitive, come i lemming, come i ploceidi africani detti lavoratori dal becco rosso (gli uccelli meglio studiati a questo proposito), come le cavallette. Specie che possono permettersi di sfruttare le risorse fino all’esaurimento perché usano aree discrete, perché stanno pur sempre all’interno di un sistema che le contempla.

E lo stesso, per la verità, poteva anche dirsi per i primitivi agricoltori, anche loro, a causa della carente tecnologia, necessariamente fuggitivi. Il fatto è, però, che purtroppo la situazione attuale di sfruttamento del pianeta ci rende, se vogliamo mantenere quest’immagine, dei;fuggitivi; che non sanno più dove fuggire. La dimensione anomala dell’impatto dell’uomo sulla natura, nei termini quantitativi in cui l’ha descritta Wilson, trova infatti palesemente nell’esplosione demografica la sua causa più centrale e remota, anche se è evidente che il sovraffollamento non è l’unico punto su cui, soprattutto nel mondo attuale, deve accentrarsi il nostro interesse, perché molte sono ormai le cause, prossimali o distali, che producono comportamenti classificabili come maladattativi.

Ma, soffermandoci sugli aspetti culturali che in vario modo possono interferire sul controllo demografico, è opportuno rilevare come ciò che ora conosciamo sulla biologia comparata del comportamento consenta di esprimerci con cognizione di causa sulla non fondatezza di alcune concezioni che sono state, e ancora sono, punti di riferimento ideologico per intere popolazioni, o almeno per parti rilevanti di esse.

Mi riferisco, in primo luogo, alla radicata abitudine di attribuire valori etici positivi a ciò che viene classificato come naturale. Convinzione erronea e pericolosa. Basti pensare alla frequente normale presenza, per meglio dire alla normalità, in natura, di fenomeni come il cannibalismo, lo stupro, l’ infanticidio. La realtà è che le leggi della natura non tengono in alcun conto dell’ etica, che è espressione della mente umana, ma solo del valore per la sopravvivenza. L’attribuzione di contenuti etici è attività esclusivamente umana, frutto della nostra compiuta consapevolezza, e della capacità di riflettere sui fenomeni, che soltanto la nostra specie ha raggiunto. Il secondo punto su cui, al proposito, desidero soffermarmi, è la difficoltà (ma forse dovrei dire l’impossibilità), e comunque la scarsa utilità, di distinguere tra ciò che è naturale e ciò che, in quanto prodotto della cultura, non viene ritenuto tale. Occorre innanzitutto ribadire che le capacità di produrre cultura sono espressione diretta di caratteristiche biologiche che certe specie possiedono e altre no. La nostra ne è provvista in qualità e quantità straordinariamente elevate, così da essere evolutivamente divenuta l’unica specie specialista per la produzione di cultura. Maggiormente utile sarebbe, pertanto, e realistico, accettare la semplice idea che nella natura dell’uomo è compresa la sua specifica, biologica capacità di produrre e trasmettere cultura.

È da queste premesse che nasce la necessità di porsi, in relazione alle straordinariamente complesse e diversificate conseguenze dell’impatto dell’uomo sulla natura, differenti quesiti, legati a più attuali e impellenti concetti come la qualità della vita, come il rispetto ambientale che, per ricaduta, porta a riconoscere un valore forte e positivo a ogni specie, animale e vegetale. A livello conoscitivo, si tratta di percorrere un tragitto pressoché obbligatorio che passa attraverso la comprensione del rapporto tra evoluzione biologica e evoluzione culturale (problema spesso descritto come il rapporto tra tempi storici e tempi biologici). Esistono importanti analogie tra evoluzione biologica e culturale, riguardanti i meccanismi di produzione di novità evolutive (mutazioni da un lato, nuove idee, nuovi comportamenti, soluzioni di problemi ecc. dall’altro; la contrapposizione sociobiologica tra geni e memi), riguardanti il caso (deriva genetica e deriva culturale) e le migrazioni (spostandosi i viventi disseminano sia geni che, se ne hanno la capacità, cultura).

Fondamentale, inoltre, è la constatazione dell’efficacia evolutivamente valutabile della selezione naturale sia su comportamenti controllati geneticamente che culturalmente. In altre parole: un’abitudine, sia essa trasmessa geneticamente che attraverso l’apprendimento sociale, se risulta maladattativa verrà comunque penalizzata dalla selezione naturale. Detto delle analogie, rimane ora da sottolineare l’esistenza di una importante differenza, relativa al meccanismo di trasmissione, lento e conservativo per quanto concerne l’evoluzione biologica, veloce (sempre più veloce con l’evolversi delle modalità e tecnologie comunicative) quello dell’evoluzione culturale. Ne risulta che, quando vi è interferenza (impatto, interazione) tra le due, l’evoluzione biologica non è in grado di tenere il passo dell’evoluzione culturale.

Da ciò nascono gli squilibri derivati dal comportamento umano di origine culturale: i tempi biologici necessari perché si evolvano le controstrategie adattative naturali sono troppo lenti per adeguarsi ai rapidi cambiamenti prodotti dall’uomo. Per fare un esempio: studiando i rapporti tra una preda e il suo predatore sempre si nota la contemporanea presenza di una strategia predatoria e di una antipredatoria, parallelamente coevolutesi, ed è proprio questo che determina il mantenimento dell’equilibrio, in termini numerici di sopravvivenza, tra prede e predatori. Se, invece, al posto di un predatore c’è un predatore culturale (un cacciatore) che usa strategie evolute culturalmente, allora la preda si dimostra incapace di produrre adeguate controstrategie. È disarmata, ed è proprio ciò che spesso fa sì che la natura si trovi in crisi a causa dei troppo rapidi e improvvisi cambiamenti di ordine culturale. Ecco perché la natura (tempi biologici) non tiene il passo della cultura (tempi storici). Facendo il punto: se le parole di Wilson ci hanno informato in termini quantitativi sulle dimensioni dell’impatto dell’uomo sulla natura, la comprensione del rapporto tra evoluzione biologica e evoluzione culturale ci rende ragione della causa remota di ogni squilibrio.

Nasce da questo complesso di spiegazioni la necessità di una presa di coscienza del fatto che la nostra cultura può essere troppo perturbante per la natura, così da risultare lesiva, se non addirittura distruttiva, per certe forme di vita, e conseguentemente per gli equilibri naturali. Ecco allora prendere forma l’esigenza di un cambiamento culturale. Secondo il corrente modo di esprimersi si tratterebbe della necessità di mettere in atto un progressivo slittamento da un atteggiamento antropocentrico a uno bio- (o eco-) centrico. Slittamento per la verità non facilmente raggiungibile, perché ogni specie, fondamentalmente, tende a essere centrica.

Inoltre, nel caso particolarissimo, unico, della nostra specie, ad assommarsi a un verosimile centrismo naturale, si sono culturalmente evolute concezioni filosofiche e/o religiose di supporto all’idea di un uomo al di fuori e/o al di sopra della natura. In realtà, considerando che l’uomo è, senza possibilità di equivoco, dentro nella natura e sottoposto alle sue leggi, l’evolversi di una cultura attenta alla salvaguardia della natura stessa può venire più correttamente concepita come una sorta di antropocentrismo illuminato, lungimirante. Non teso, cioè, soltanto al raggiungimento di benefici a breve termine, ma attento alla conservazione, a lungo termine, di una natura essenziale per la nostra stessa sopravvivenza.

A questo punto, a titolo esemplificativo, propongo il caso attuale degli uccelli ittiofagi, che rientra in quello più generale per cui, per la nostra specie, ogni competitore naturale per qualche risorsa viene, acriticamente, classificato come nocivo, trascurando di considerare il suo ruolo per il mantenimento degli equilibri naturali. Con l’allevamento industriale del pesce, e la conseguente sua concentrazione in speciali aree, si è recentemente assistito all’esplosione demografica di numerose specie di ittiofagi. Questi, in un’ottica che potrei definire (in conseguenza di quanto più sopra esposto) veteroantropocentrica, venivano appunto, come ho anticipato, classificati come nocivi. Il prelievo da essi fatto veniva (e spesso ancora viene) calcolato dagli economisti come; danno indotto e essi venivano di conseguenza sterminati senza pietà. Attualmente, a seguito di nuove direttive della Comunità Europea, ciò però non è più possibile, e pertanto il Ministero per le Risorse ha istituito una speciale commissione (in quest’ambito ho potuto acquisire esperienza) il cui compito è di studiare metodi più rispettosi, basati su conoscenze eco-etologiche, e tendenti massimamente a spostare gli ittiofagi in altre aree dove possono trovare un libero foraggiamento, nonché a controllare, se possibile, il loro incremento demografico.

Operazione che sta ottenendo qualche successo con alcune specie, quali per esempio nitticore, aironi e garzette, mentre si dimostra ancora problematica con altre. Per esempio con i cormorani. Ma non è certo questa la sede per entrare nel dettaglio, risulta comunque evidente che, se è facile sconvolgere gli equilibri naturali, non altrettanto facile è instaurare nuovi equilibri. Comunque, operando nel settore, ricorrente è la domanda, apparentemente ingenua: Perché dobbiamo proteggere i cormorani? Oppure: A cosa servono? E la risposta dovrebbe essere: ;Fanno parte della biodiversità. Sono all’interno di un sistema complesso di interrelazioni, e sarebbe dannoso eliminarli.Risposta che, ovviamente, necessita ben più che poche spiegazioni per essere effettivamente assimilata, soprattutto da chi viene toccato nelle sue effettive risorse.

Ebbene, attraverso il problema puntiforme degli uccelli ittiofagi abbiamo, in definitiva, toccato il caso, di importanza planetaria, della salvaguardia della biodiversità. Pare che finalmente ci si renda conto che gli organismi viventi, nella loro diversità, rappresentando il risultato di milioni di anni di evoluzione, e, a gruppi, di coevoluzione, sono un patrimonio, un valore da conservare, da proteggere. Il problema della biodiversità può essere affrontato a differenti livelli conoscitivi. C’è ancora chi semplicisticamente crede che un luogo ricco di biodiversità sia, senz’altro approfondimento, quello dove è possibile rinvenire un grandissimo numero di specie, ma appare chiaro che questo fatto puramente quantitativo rappresenta un’informazione insufficiente (e talora distorcente o illusoria) per una valutazione dello stato reale della biodiversità di un ambiente. Il fatto è che ogni habitat determina, con le sue condizioni fisico-chimiche, una, qualitativamente e quantitativamente peculiare, diversità di forme viventi presenti, testimonianza e risultato di una lunga storia evolutiva.

La conoscenza procede per gradi: i sistematici classificano le forme, i biogeografi identificano le bioregioni (aree che fanno di certi ecosistemi un insieme unico). Ma anche ciò non è sufficiente per una comprensione del significato della biodiversità. Altre discipline devono essere coinvolte, e specificamente desidero soffermarmi sul ruolo centrale di quella scienza di confine che è l’ecologia comportamentale.

Essendo il comportamento la manifestazione più esterna del fenotipo degli individui, e di conseguenza il tramite che media le interazioni tra gli organismi e l’ambiente, è l’ etologia che consente la comprensione approfondita di ciò che produce e che mantiene la biodiversità, e tale comprensione si realizza soprattutto analizzando le interazioni tra le specie.

Per fare un primo esempio, il caso di specie affini viventi nello stesso ambiente che, per evitare il rischio di incroci interspecifici, complicano sempre più, tanto più sono numerose, i loro rituali di corteggiamento. È per questo che talora sono così complessi i canti dei piccoli uccelli canori. Ogni specie, in definitiva, è causa e effetto della diversità che la contraddistingue e le specie che le sono affini. I rapaci notturni volano senza produrre ultrasuoni perché altrimenti non riuscirebbero a catturare i roditori; unica eccezione poche specie di civette e gufi che, predando pesci, sono diventate rumorose perché tanto, con i pesci, segnali acustici come quelli emessi dal loro volo non producono alcun effetto di fuga.

Insomma, la biodiversità è il frutto di un processo evolutivo ove ogni specie animale e vegetale in qualche modo fa la parte della selezione naturale per le altre. Risulta chiaro, così, come ogni specie che viene per qualche motivo a mancare determini squilibri, sprechi energetici, disagi per la sopravvivenza delle altre. E lo stesso può dirsi quando una specie estranea viene incautamente introdotta (si pensi alla distruzione della preesistente fauna ittica provocata dall’introduzione del Siluro del Danubio nel Po).

E occorre anche soffermarsi sulla diversità all’interno della specie. Per esempio si rilevano, sempre più spesso, nell’ambito della distribuzione geografica, microvariazioni di origine genetica o culturale che rispecchiano adattamenti speciali che rendono ardue immissioni (ripopolamenti) che non ne tengano conto. Per non parlare, poi, di quanto avviene all’interno delle specie sociali per effetto di forme speciali di selezioni che nascono nell’ambito stesso della socialità. Con il crescere di questa infatti compaiono gli specialismi. In una specie molto sociale, in altre parole, i vari individui contribuiscono in modo differente alla vita di tutti. La biodiversità intraspecifica è incrementata dalle gerarchie, dalla presenza di ruoli accessori per la riproduzione o per l’allevamento della prole, dalle capacità di certi individui di dare l’allarme, eccetera.

Di grande e attuale interesse, inoltre, è la constatazione che in un gran numero di specie particolari individui sono in grado di sviluppare strategie alternative per differenti comportamenti. Tra questi, certamente, il più comune è il comportamento riproduttivo, ma si potrebbe citare anche il comportamento predatorio e quello alimentare.

È evidente che l’opera di mantenimento di specie caratterizzate da un’ampia e differenziata diversità comportamentale intraspecifica deve tenere conto non solo del numero minimo di individui necessari per la sopravvivenza, numero ovviamente assai elevato, ma anche della sopravvivenza, genetica o culturale.

Ma il discorso sulla biodiversità all’interno della specie non si esaurisce qui. Esistono altri due punti di notevole interesse generale: la biodiversità delle piante e degli animali domestici e quella propria della specie umana. L’addomesticamento è un processo di evoluzione biologica dipendente dall’evoluzione culturale umana. I recenti progressi della biologia hanno determinato, attraverso l’ ingegneria genetica e le altre biotecnologie, la comparsa e il successo di animali e vegetali nuovi e diversi che stanno in vario modo soppiantando le antiche razze, che per buona parte sono già estinte. Da qui nasce la necessità della protezione di un patrimonio genetico di adattamenti a singole situazioni geografiche, nonché di un valore che va al di là della pura biologia, perché le antiche razze di piante e di animali, rappresentando la memoria di antiche culture contadine e pastorali, rappresentano e certificano identità storiche non impunemente vanificabili.

 

 

 

 

Vi è oggi una parola largamente abusata: globalizzazione. Demonizzata da alcuni e da altri santificata. Impiegata talvolta a proposito, per indicare la tendenza ad una progressiva ed inesorabile unificazione dei mercati a livello globale; in tanti casi a sproposito, come se le economie e culture di ogni paese, di ogni territorio fossero condannate per sopravvivere all’omologazione.

In realtà, i processi di globalizzazione sono fenomeni complessi e tutt’altro che univoci. Portano con sé rischi evidenti: l’elevazione del mercato e della logica del profitto a categorie ideologiche, la riduzione delle relazioni umane ad una dimensione esclusivamente monetaria, di merci , ma al tempo stesso possono favorire la circolazione delle informazioni, dei diritti e delle idee.

Il concetto stesso di villaggio globale, attesta la crescente banalizzazione, la tendenza all’uniformità culturale (e in parte anche genetica) della nostra specie. Questa banalizzazione, insieme col sovraffollamento, produce in molte parti del mondo scenari sconsolanti, moltitudini di poveri senza una identità e senza valori.

Nell’ ingenua speranza che, negando l’esistenza delle razze (popolazioni), si possa abolire il razzismo, s’è giocato a inventare eufemismi, col triste risultato che oggi, invece del razzismo, abbiamo la pulizia etnica. E’ vero: forse le razze umane, in senso strettamente sistematico, non esistono, o non esistono più a causa dei notevoli mescolamenti genetici. Però non è certo giocando con le parole che si risolvono i problemi. Il fatto è che le differenze (razziali o etniche) se ci sono è meglio evidenziarle cogliendole come un valore, piuttosto che negarle a ogni costo.

La specie umana era un tempo frammentata in entità genetiche che, è vero, in molti casi le migrazioni (tra cui quelle imposte, di cui l’esempio più estremo e crudele è lo schiavismo), le sovrapposizioni, le conquiste, le esplorazioni hanno in vario modo mescolato. Questa aumentata uniformità genetica globale (caratterizzata da un’incrementata diversità tra gli individui all’interno delle popolazioni) è un sottoprodotto, per certi versi anche positivo e comunque inevitabile, della nostra evoluzione culturale. Ma sovrapposta alla precedente diversità genetica, e certamente molto più determinante per la nostra specie, esisteva una diversità culturale. Questa diversità di culture era un patrimonio dell’umanità, ed è un patrimonio che si va tragicamente perdendo a causa della globalizzazione.

Al di là di ogni assurda gerarchia porebbe essere utile acquisire la consapevolezza che la biodiversità, anche quella culturale, è comunque un valore, un patrimonio che merita rispetto e protezione, perché la grande forza, il successo della nostra specie, si è sempre basato sulla diversità tra gli uomini.

Si potrebbe concludere, senza ricorrere a catastrofismi né simulando un ottimismo purtroppo attualmente poco giustificato dai fatti, ribadendo un concetto: l’uomo, in quanto essere culturale, ha effettive e concrete potenzialità per un’inversione di rotta. Nella storia della vita le specie che esprimevano comportamenti disadattativi si sono tutte estinte noi però non siamo dinosauri, le nostre istruzioni comportamentali non sono scritte in modo rigido nei nostri geni ma nella nostra cultura. Noi possediamo le potenzialità, in senso strettamente biologico, per prendere coscienza e rapidamente cambiare i nostri comportamenti.

In coclusione tre potrebbero essere i punti di maggiore importanza perché una svolta positiva possa avvenire.

 

  • Considerato lo strapotere della specie umana sulla natura, è necessario un progressivo, consapevole slittamento verso ciò che per consuetudine viene denominato come biocentrismo, o ecocentrismo.

     

  • Nel prendere decisioni che possono avere un impatto ambientale è indispensabile ricordarsi sempre che l’uomo è parte della natura e comunque sottoposto alle sue regole. Pertanto non bisogna mai valutare, quando il nostro comportamento ha un impatto sulla natura, esclusivamente i vantaggi sui tempi brevi propri del nostro consueto modo di agire, ma anche preoccuparci (ormai possediamo gli strumenti conoscitivi necessari) delle ricadute negative sui tempi lunghi propri della storia della vita.

     

  • Programmi con benefici su tempi lunghi – piani cioè a lungo o a lunghissimo termine, che poi sono gli unici che hanno un senso in campo ambientale – sono difficili da fare accettare, in un ambito democratico, se non esiste un’adeguata e condivisa consapevolezza e preparazione di carattere ecologico-naturalistico. Tali piani infatti costano sempre, su tempi brevi, sacrifici.

     

    Ecco allora emergere forte la necessità di un generalizzato cambiamento culturale. Si è spesso affermato, e giustamente, che la nostra tradizione ha sempre privilegiato una preparazione di tipo umanistico deprimendo, penalizzando, talora addirittura ghettizzando la cultura scientifica. Ciò che ora pare essenziale è l’acquisizione che le scienze dell’ambiente non potranno che rappresentare quell’area del sapere fondamentale per il nostro benessere e forse la nostra stessa sopravvivenza.

    Un’area, di conseguenza, che non potrà mai più essere impunemente trascurata. E questa acquisizione non dovrebbe tanto portare a un rovesciamento della gerarchia dei valori nell’ambito delle varie aree culturali, considerate tra loro, come troppo spesso accade, in contrapposizione, quanto piuttosto a una penetrazione del sapere ecologico all’interno stesso delle altre aree in cui la cultura si suddivide.

     

    Critiche e controversie
     

    Nell’accezione economica, la globalizzazione è contestata da alcuni movimenti no-global e new-global. (v. anche Popolo di Seattle, No logo), mentre è fortemente sostenuta dai gruppi liberisti, libertari e anarco-capitalisti.

    I dibattiti riguardo il suo effetto sui paesi in via di sviluppo sono infatti molto accesi: secondo i fautori della globalizzazione, questa rappresenterebbe la soluzione alla povertà del terzo mondo. Secondo gli attivisti del movimento no-global invece essa non farebbe altro che impoverire maggiormente i paesi poveri, in favore delle multinazionali.

    I dati forniti dalle scienze sociali indicano però che la globalizzazione non ha reso nel complesso i paesi più poveri, ma nemmeno ha grande influenza nella riduzione della povertà. Hanno invece effetto decisamente maggiore alcuni miglioramenti interni, quali sviluppo della rete infrastrutturale, il perseguimento della stabilità politica, le riforme del sistema agrario e miglioramento dell’assistenza sociale.

    Effetti indiretti della globalizzazione sono le ripercussioni sull’ambiente e sull’inquinamento dell’aria, causate dall’industrializzazione e dall’aumento dei trasporti.

     

     

     

    Le modalità attraverso cui l’uomo si rende responsabile della scomparsa delle altre specie sono piuttosto differenti. Da questo punto di vista una responsabilità fondamentale deve essere addebitata all’impatto dell’agricoltura sull’ecologia terrestre. La conversione agricola del territorio, che ha sottratto superfici considerevoli alle foreste, alle praterie e agli ambienti umidi, ha semplificato in modo profondo l’antica struttura di biomi ed ecosistemi. Naturalmente queste alterazioni hanno avuto esiti differenziali in termini di estinzioni: nelle fasce tropicali e subtropicali, dove la biodiversità raggiunge i suoi valori più alti, gli esiti della conversione agricola del territorio sono stati molto più pesanti che a latitudini più elevate.

    Ma anche l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno giocato un ruolo chiave nell’estinzione delle specie. In particolare, negli ultimi tre-quattro secoli, la crescita demografica umana ha registrato un tasso che in precedenza non si era mai verificato, e l’antropizzazione degli ambienti naturali che ne è derivata, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di cementificazione, industrializzazione e deterioramento del territorio, ha modificato profondamente la fisionomia e la qualità ecologica degli habitat.

    Un altro fattore cruciale nell’attuale perdita di biodiversità risiede nel cambiamento climatico antropogenico. L’accumulo atmosferico di gas serra emessi dall’uomo, infatti, ha prodotto un aumento della temperatura globale che in molte regioni del pianeta sta già segnalando gravi alterazioni biologiche con fenomeni di estinzione documentati.

    L’origine delle estinzioni che si stanno registrando in tutto il mondo tuttavia non è recentissima. A causa (diretta o indiretta) dell’uomo si sono estinte diverse centinaia di specie animali e vegetali a partire da 400 anni fa.

     

     

     

    La specie umana dipende completamente dal capitale biologico costituito dalla totalità degli organismi viventi, in gran parte ancora sconosciuto (le specie descritte finora sono quasi due milioni, ma si stima che il numero totale di specie presenti sul pianeta sia compreso fra i 3 e i 30 milioni). Questa ricca varietà di geni, specie ed ecosistemi ci fornisce cibo, legna, fibre, energia, materie prime, sostanze chimiche industriali, medicine e riversa ogni anno fiumi di denaro nell’economia mondiale.

    La grande biblioteca terrestre delle forme vitali e degli ecosistemi fornisce gratuitamente anche servizi di riciclaggio, purificazione e controllo naturale degli organismi dannosi. Ogni specie contiene informazioni genetiche immagazzinate che rappresentano il suo adattamento, in un percorso che va da migliaia a miliardi di anni, alle mutevoli condizioni ambientali della Terra. Questa è la materia prima degli adattamenti futuri.

    La biodiversità è un’ assicurazione sulla vita contro i disastri ambientali. Alcuni studiosi includono anche la diversità culturale umana come parte della biodiversità terrestre. La varietà delle culture umane sul pianeta rappresenta le nostre “soluzioni” sociali e tecnologiche per la sopravvivenza e può aiutarci ad adattarci alle condizioni mutevoli del nostro pianeta.

     

     

     

    L’uomo, senza dubbio, è il nemico numero uno della biodiversità. Un nemico che non è quindi possibile eliminare. La conservazione richiede, piuttosto, una profonda comprensione dei complessi legami che intercorrono tra l’ambiente e le popolazioni umane. Naturalmente non si tratta di un’impresa semplice. Molto spesso, a complicare il compito dei conservazionisti, interviene uno stretto legame tra i cosiddetti hot spot, ossia i siti particolarmente ricchi di biodiversità, e povertà. Laddove servirebbero maggiori attenzioni nell’uso del territorio, infatti, le persone fanno fatica a sfamarsi, e difficilmente anteporranno ai propri interessi quelli di un uccello raro o di un pesce in via d’estinzione. Ma anche quando le popolazioni locali non soffrono la fame è comunque difficile trasmettere l’importanza di valori che non hanno un riscontro economico immediato, quali quelli appunto della biodiversità, ed è quindi difficile applicare una seria politica di salvaguardia dell’ambiente.

    Foreste che calano…

    La perdita di biodiversità non può essere imputata a questo o quel fattore specifico, ma è il risultato di una combinazione di eventi. Un elemento che sicuramente ha grande peso nella scomparsa delle specie selvatiche – almeno per quanto riguarda l’ottantacinque per cento delle piante e degli animali descritti nelle liste rosse dell’Iucn – è la perdita e la frammentazione dei territori in cui esse vivono (o, in alcuni casi, vivevano). L’indiscriminata alterazione dell’ambiente da parte dell’uomo, che con la deforestazione, gli incendi e il sovrasfruttamento ha alterato per sempre la natura di diversi habitat, portando all’estinzione di numerose specie. La costruzione di strade, l’espansione di città, dighe e canali distruggono o comunque modificano vaste aree in tutto il mondo, alcune più importanti di altre.

    La cancellazione ogni anno di circa diciassette milioni di ettari di foresta tropicale, per esempio, ha ripercussioni enormi sulla biodiversità. Solo in Amazzonia, ogni otto secondi scompare un’area grande come un campo da calcio. Secondo l’Istituto nazionale di ricerche spaziali (Inpe) brasiliano, a causa dell’azione umana, nel 2000, la foresta amazzonica brasiliana si è ridotta di circa ventimila chilometri quadrati (un’estensione pari all’intera Slovenia). È il risultato peggiore dal 1995, quando andarono distrutti oltre 29 mila chilometri quadrati. Dal 1989 (anno in cui iniziarono i rilevamenti con i satelliti), l’Amazzonia brasiliana si è ridotta mediamente di 17 mila chilometri quadrati ogni dodici mesi. Secondo i dati diffusi dall’Inpe, gli Stati brasiliani maggiormente coinvolti dalla catastrofica devastazione sono Maranhão, Mato Grosso, Parà e Rondonia. Ma, spesso, anche la semplice riduzione dell’habitat naturale di una specie può portare alle stesse conseguenze della sua distruzione. Molti animali, infatti, necessitano di grandi areali, in cui cibarsi, riprodursi e condurre le varie fasi della propria esistenza. Se si frammenta un grande ecosistema (magari attraverso la costruzione di strade), anche l’azione di preservare alcune piccole zone incontaminate può rivelarsi inutile al fine della conservazione.

    …e l’inquinamento che cresce

    Il progresso (umano) ha anche altri effetti sull’ambiente. Primo fra tutti l’inquinamento. Un problema non semplice da prevenire, ancor meno da curare. Molti inquinanti non sono facilmente e rapidamente rilevabili né tanto meno estirpabili. L’inquinamento, poi, non rispetta i confini di nazioni o di interi continenti. Una volta nell’aria o nell’acqua si diffonde a chilometri di distanza e rappresenta, quindi, un problema che andrebbe affrontato a livello internazionale. Come nel caso del riscaldamento globale, il cui impatto è potenzialmente devastante per molti habitat e specie tra quelli ospitati dal nostro pianeta. Se non riusciremo a limitare l’emissione dei gas responsabili dell’effetto serra – prima fra tutte l’anidride carbonica –, alla fine del secolo la temperatura media terrestre potrebbe aumentare anche di tre-quattro gradi e il livello dei mari di diverse decine di centimetri (la Terra non ha mai sperimentato, almeno in epoca storica, cambiamenti climatici così repentini). Con effetti sulla biodiversità facilmente intuibili, soprattutto se si pensa agli ecosistemi costieri e a quelli montani.

    Ma alcune conseguenze sono già sotto i nostri occhi, per esempio lo sbiancamento (bleaching) dei coralli, soprattutto nell’Oceano Indiano. «I coralli vivono già al limite della soglia di tolleranza», spiega Klaus Topfer, direttore generale dell’Unep, il programma ambientale dell’Onu: «Al più piccolo aumento di temperatura rispondono con stress, espellendo l’alga con cui vivono in simbiosi, che li nutre e li colora». Secondo quanto riferito dal Global Coral Reef Monitoring Network (Gcrmn), è già andato perduto il 27 per cento delle formazioni coralline mondiali, e un ulteriore settanta per cento subirà la stessa sorte entro il 2050. Le barriere coralline rappresentano i più ricchi ecosistemi marini, con un numero di specie che varia dalle seicentomila ai nove milioni: una sorta di foreste tropicali del mare. E nell’Oceano Indiano (come nel Pacifico occidentale) questa biodiversità è ancor più pronunciata che altrove. Per questo sono ancora più preoccupanti le conclusioni di uno studio realizzato da David Bellwood e Terry Hughes, della James Cook University, e pubblicato su Science. I due ricercatori americani, infatti, dimostrano come il numero di specie che popolano gli ecosistemi corallini è direttamente correlato alla qualità delle aree circostanti. E inquinamento, sfruttamento delle risorse ittiche, acque più calde sono tutti agenti di pressione che alterano questa qualità.

    Più ricchezza per tutti

    Il primo motore di questa situazione, ovviamente, è la crescita esponenziale della popolazione umana. Eravamo un miliardo di persone all’inizio del Diciannovesimo secolo, oggi superiamo i sei miliardi. Una massa che consuma sempre più acqua, cibo, minerali. Che chiede più terra, più case, più ricchezza. Oggi la crescita comincia a rallentare, ma, ai tassi attuali, lo sfruttamento delle risorse naturali non è sostenibile. La Convention on Biological Diversity dà una definizione precisa di uso sostenibile: “L’utilizzo dei componenti della diversità biologica in un modo e a un tasso che non conducano al declino della diversità biologica nel lungo termine, cosicché essa mantenga il potenziale per soddisfare i bisogni e le aspirazioni delle generazioni presenti e future”. Ma fattori economici e politici, oggi, determinano un sovrasfruttamento delle risorse naturali, come si osserva nella deforestazione o nel commercio illegale di specie selvatiche. Anche perché il consumo è sbilanciato: il venticinque per cento della popolazione mondiale ha a disposizione il settantacinque per cento delle risorse naturali. E costituisce un “modello” per quelle persone che si affacciano sulla soglia del benessere.

    «Il nostro pianeta sosterrà un maggior numero di persone in futuro e la maggior parte di loro vorrà consumare più risorse», sintetizza Jeffrey A. McNeely, capo ricerca alla Iucn. Una tendenza che rischia di accelerare il già alto tasso di estinzione delle specie naturali. Sebbene le estinzioni di massa – come quella che ha eliminato i dinosauri dalla faccia della Terra – siano rare, i resti fossili indicano che molte centinaia di migliaia di specie (animali e vegetali) sono scomparse, da quando, circa 3,8 miliardi di anni fa, la vita è comparsa sulla Terra. Ma oggi i tassi di estinzione sono da cento a mille volte più alti di quelli naturali. Questa “sesta estinzione di massa” è evidentemente da attribuirsi all’uomo e alle sue attività e solo l’uomo può fare qualcosa per bloccarla. Anche perché l’uso improprio dei territori può portare alla desertificazione di vaste aree, soprattutto se si verifica in combinazione con una grande variabilità climatica. La desertificazione riduce la capacità degli ecosistemi caratterizzati da ambienti aridi di rispondere alle fluttuazioni naturali durante la stagione delle piogge. I suoli si impoveriscono, diventano meno produttivi, la vegetazione si degrada, crolla la produzione di cibo e il risultato finale è spesso la carestia. Proteggere gli ecosistemi, significa proteggere anche gli esseri umani che li popolano.

    L’ignoranza costa cara

    In realtà, al di là dei modelli più o meno complessi con cui possiamo analizzare il mondo naturale, sappiamo ancora poco di come funzionino gli ecosistemi, di come interagiscano tra loro e di quali tra di essi siano critici per l’esistenza della vita sul nostro pianeta. Proprio per questa nostra ignoranza è necessario preservare il maggior numero di ambienti diversi. Ma i vari habitat stanno via via scomparendo e con essi i prodotti e i servizi che ci forniscono. Le foreste di mangrovie e le barriere coralline sono solo due esempi di ripari naturali opposti, lungo le coste, ai danneggiamenti procurati dalle onde del mare. Dove queste barriere sono state distrutte dall’uomo, l’erosione delle coste è aumentata enormemente.

    Discorso simile per le paludi. È di questi giorni la notizia del prossimo collasso degli acquitrini tra Iran e Iraq. Negli ultimi trent’anni, le più grandi paludi del Medio Oriente si sono ormai prosciugate per circa il novanta per cento della loro estensione. Le cause sono da attribuirsi alla costruzione di dighe e ai lavori di drenaggio. E le conseguenze sull’uomo e sulle specie selvatiche, avverte l’Unep, saranno devastanti: «Mammiferi e pesci che esistevano solo nelle paludi sono ora considerati estinti. Le industrie della pesca sulla costa nel nord del Golfo, che dipendevano dalle paludi per le aree di riproduzione, hanno conosciuto un netto declino». «C’è la necessità immediata di conservare quel che è rimasto sul confine tra Iran e Iraq, e poi di riconsiderare i lavori di ingegneria, specialmente quelli costruiti negli anni Cinquanta come difesa dalle piene», spiega Hassan Partow, autore del rapporto Unep. «Oggi queste risultano abbondantemente ridondanti, e tutto ciò apre la possibilità di riempire nuovamente le paludi».

    Ma la conseguenza forse più diretta della perdita di biodiversità è la scomparsa di diversità genetica. Le differenze nel patrimonio ereditario di una specie permettono ai diversi individui di adattarsi a nuove condizioni ambientali. Differenze genetiche che si manifestano e si affermano all’interno di una popolazione nell’arco di milioni di anni e che un unico evento catastrofico può distruggere in un istante. Differenze genetiche attraverso le quali si possono selezionare varianti vantaggiose nell’agricoltura o nell’allevamento, da cui estraiamo cibo e medicinali preziosi. Un patrimonio inestimabile, che si sta rapidamente depauperando. Fortunatamente, ogni tanto emergono anche notizie incoraggianti. Alcuni ricercatori inglesi del Royal Botanic Garden, per esempio, hanno trovato in Sudafrica esemplari di due piante ritenute estinte da alcuni decenni. Le piante, la Dioscorea elephantipes o piede di elefante e la Cylindrophyllum hallii sono state individuate nella provincia sudafricana del Capo Settentrionale. La prima è una sorta di patata dolce selvatica, che la popolazione locale usa cuocere e mangiare in tempi di carestia, la seconda è una margherita che cresce in zone aride. Gli esemplari ritrovati sono tutti ricchi di semi, per cui i botanici sperano di riuscire a diffondere gli esemplari e a evitare la scomparsa totale delle specie.

    Non basta l’Arca di Noè…

    L’obiettivo della conservazione del mondo naturale passa per molte strade. Proprio in questi giorni, l’American Museum of Natural History di New York si appresta ad avviare un enorme laboratorio per la raccolta di tessuti animali. «Desideriamo che diventi il principale deposito per la genomica comparativa non umana», dichiara Michael Novacek, vicedirettore del museo. Non si tratta della prima banca di tessuti congelati. Il Museum of Natural Science della Louisiana State University, per esempio, congela e colleziona i tessuti da più di vent’anni. Ma l’obiettivo dell’American Museum of Natural History è di costruire la raccolta più vasta e completa, con più di un milione di reperti provenienti dai maggiori gruppi animali. Una specie di “Arca di Noè” a futura memoria. Tuttavia, è lo stesso Novacek a mettere in guardia da eccessivi entusiasmi: «Anche se possibile, la clonazione non preserva gli habitat di cui gli animali hanno bisogno per sopravvivere in natura. È un approccio molto artificiale per salvare le specie». E gli fa eco George Amato, della Wildlife Conservation Society: «La nozione che possiamo mantenere campioni congelati e poi ricostruire questi animali nel futuro, come tecnica di conservazione, non ha alcun senso».

    La strategia migliore per conservare la biodiversità, quindi, è quella di proteggere le risorse in situ. Zoo, acquari, giardini botanici, banche di Dna, possono preservare un po’ di individui, un po’ di variabilità genetica, ma rappresentano azioni di complemento. Preservare le specie nel loro habitat naturale, attraverso la creazione di aree protette, o comunque per mezzo di leggi che impediscano la distruzione e lo sfruttamento dei diversi ambienti naturali resta sempre un passo fondamentale in qualsiasi piano di gestione delle specie selvatiche. Almeno se si vogliono raggiungere gli obiettivi a lungo termine: ripristino di popolazioni che si sostengano da sé (cioè con un numero di individui sufficiente, che non abbia bisogno di continui interventi di ripopolamento) e salvaguardia di aree sufficientemente ampie da permetterne la sopravvivenza. Perché un’area protetta funzioni, tuttavia, è necessario l’appoggio delle persone che vi abitano. Ecco dunque la necessità di istruire la popolazione locale, renderla partecipe delle attività di conservazione, individuare obiettivi comuni, che permettano di proteggere l’ambiente, ma anche sostenere l’economia delle persone che lo abitano. La protezione del patrimonio naturale del pianeta passa anche per questa rivoluzione culturale (da: http://magazine.enel.it/).

    Tanto per rendersi conto del peso che la nostra specie esercita sull’ecosistema globale, si consideri che l’area complessiva della Terra è di circa 51 miliardi di ettari. Di questa superficie le terre emerse occupano poco più di 14 miliardi di ettari che, secondo calcoli effettuati dalla FAO (Food and Agriculture Organization), andrebbero a loro volta ripartiti in:

     

    – 2 miliardi di ettari di aree coltivate ed edificate;

    – 3,4 miliardi di ettari di pascoli permanenti e praterie;

    – 3,8 miliardi di ettari di ambienti forestali e boschivi;

    – 5 miliardi di ettari di suoli ghiacciati, tundre, deserti e ambienti umidi.

     

    È evidente quindi che per la produzione di cibo, per lo sfruttamento e l’estrazione di risorse, e per lo smaltimento dei rifiuti umani, si devono necessariamente fare i conti con la superficie ancora disponibile. Questo è un passo obbligato, perché il pianeta ha una superficie idonea e una capacità di produrre risorse certamente molto elevate, ma non infinite.

    È stato calcolato che l’umanità, agli attuali livelli di pressione demografica, dispone di circa 2,3 ettari di territorio bioproduttivo procapite (la quota media di terra disponibile per ricavarne cibo), includendo nel calcolo sia la frazione di terraferma per l’agricoltura e l’allevamento, sia la frazione di superficie oceanica necessaria per la pesca. È stato osservato però che la stima di 2,3 ettari tiene conto unicamente delle esigenze della nostra specie e trascura le necessità di tutte le altre.

    Tenendo in considerazione anche queste esigenze, e prendendo per buone le proiezioni delle Nazioni Unite secondo cui nel 2050 la popolazione umana avrà raggiunto fra i nove e i dieci miliardi di individui, è stato visto che il territorio bioproduttivo procapite è destinato a scendere al di sotto di un ettaro. L’interrogativo allora è: basterà questa superficie procapite per garantire la sopravvivenza dell’uomo senza compromettere ulteriormente la biodiversità del pianeta?

    Si calcola che la Terra abbia una “capacità portante” di esseri umani pari ad una popolazione di 13-15 miliardi. Al tasso di crescita attuale non ci vorrà molto per raggiungere tale cifra. Che accadrà dopo? Fino ad oggi, dopo ogni grande estinzione la natura si è ripresa ed ha ricominciato il suo favoloso ciclo.

    Ogni volta, però, la ripresa è stata condizionata dalla scomparsa della causa dell’estinzione, che nel caso della Sesta Estinzione è proprio l’uomo. In visione di questo ed altri disastri, forse è giunto il momento di rimboccarsi le maniche e salvare la Terra e noi stessi.

     

     

     

     

     

     

    Negli ultimi anni è sorta l’esigenza di affiancare ai comuni metodi di indagine strumentale altre metodiche di tipo biologico, che scrutano le variazioni dei popolamenti animali e vegetali, senza perdere di vista che la diversità biotica – intesa come prodotto delle interazioni fra evoluzione biologica e variazione dei parametri ambientali – non dipende solo dagli inquinanti.

    Tale metodica va sotto il nome di “Biomonitoraggio” e si basa sull’impiego di organismi viventi “sensibili”, in grado cioè di fungere da indicatori del degrado della qualità ambientale dovuto all’inquinamento. Alcune di queste tecniche hanno consentito di ottenere risultati particolarmente interessanti e significativi, tanto che in molti paesi il loro utilizzo è ormai diventato una prassi costante e riconosciuta anche a livello istituzionale.

    Quando i contaminanti non sono letali, oppure non agiscono perché si trovano in forma insolubile, si accumulano e permangono in particolari organismi che pertanto vengono utilizzati come biocampionatori.

    Attraverso questi organismi è possibile ottenere anche dati diretti, qualitativi e quantitativi, su specifici contaminanti. Essi si comportano infatti come delle vere e proprie” centraline naturali” di rilevamento: essi sono capaci di accumulare e trattenere al loro interno elevate concentrazioni di inquinanti persistenti, come ad esempio metalli pesanti, senza subire danni a breve-medio termine. L’analisi periodica del loro contenuto permette di identificare tali contaminanti (dati qualitativi) e di ricostruirne i patterns di deposizione (dati quantitativi).

    Gli indicatori, biologici e non, sono spesso utilizzati per elaborare indici di qualità ambientale. Gli indici non sono altro che sistemi di valutazione sintetici della qualità ambientale, che prendono in considerazione diversi indicatori e pesandone la rispettiva importanza, assegnano all’ambiente in questione un punteggio di qualità che consente a chiunque una chiara e semplice interpretazione.

    Spesso i punteggi degli indici sono raggruppati in classi di qualità, definite da intervalli di valori dell’indice, che rendono ancora più semplice l’interpretazione.

     

     

     

     

     

    Con il termine generico di biotecnologia (tecnologia biologica) si indicano tutte le applicazioni tecnologiche della biologia. Tra le definizioni disponibili, la più completa è senza dubbio quella stesa dalla Convenzione sulla Diversità Biologica UN, ossia: ”La biotecnologia è l’applicazione tecnologica che si serve dei sistemi biologici, degli organismi viventi o di derivati di questi per produrre o modificare prodotti o processi per un fine specifico”,

    La biotecnologia può essere anche definita come l’utilizzo di esseri viventi al fine di ottenere beni o servizi. Nel linguaggio corrente, si utilizza più frequentemente il termine al plurale (biotecnologie), ad indicare la pluralità di tecnologie sviluppate e i campi di applicazione interessati.

    Oggi le biotecnologie sono in grado di produrre manipolazioni tali da ottenere produzioni enormi, ma destano forti dubbi di ordine morale e grandi preoccupazioni per il futuro della biosfera:

    - Imprevedibilità delle situazioni future: una ridotta base genetica rende le colture meno plastiche a fronteggiare nuove ed impreviste situazioni.

    - Conservazione dei geni rari: esistono geni presenti con bassissima frequenza, alcuni dei quali potrebbero rivelarsi indispensabili e, nondimeno, rischiano di scomparire definitivamente insieme alle varietà che li contengono.

    - Coltivazione in nuovi ambienti o miglioramento della produzione in ambienti per ora marginali: l’introduzione di una coltura in nuovi ambienti deve prevedere differenti meccanismi di adattabilità. I geni che li controllano potrebbero non essere presenti nelle attuali cultivar, ma vanno ricercati nelle risorse genetiche delle specie selvatiche.

    Alle soglie del nuovo millennio, la biodiversità, soprattutto in agricoltura, ha un futuro incerto.La specie Homo sapiens sapiens, ultima arrivata tra tante è responsabile dell’attuale grande estinzione di massa. La disponibilità di alimenti selvatici e di quelli derivati dall’agricoltura tradizionale diminuisce man mano che gli habitat naturali vengono dominati dall’uomo e che i campi a maggese, i terreni a riposo e altri habitat secondari diminuiscono all’interno del panorama agricolo.

    Negli Stati Uniti i due terzi delle piante rare e a rischio sono parenti stretti di specie coltivate. Se queste specie si estinguono, svanirà un patrimonio di benefici futuri, essenziali anche all’agricoltura mondiale.

    La ricca mescolanza di piante autoctone, evolutesi in migliaia di anni, viene sostituita da aree sempre più estese di coltivazioni intensive e pascoli, terreni edificati e industrializzati e da zone di habitat secondari alterate, dominate da specie dalla vita breve e infestate da specie non autoctone. Per migliorare questa situazione dobbiamo conservare e proteggere la biodiversità di cui ancora disponiamo e gestire l’utilizzo dei sistemi naturali in modo da ristabilire la biodiversità nei paesaggi di tutto il mondo.

    (da: http://space.comune.re.it/crea/darzo/biodi/biodi.htm)

     

    Le applicazioni biotecnologiche sono numerose e vengono generalmente classificate nei seguenti settori:

    Red Biotechnology (Biotecnologia rossa): è il settore applicato ai processi biomedici per lo sviluppo di nuove terapie mediche o innovativi strumenti diagnostici. Microrganismi o cellule di mammifero sono ad esempio impiegate nella biosintesi dei farmaci.

    Le ricerche attualmente sono puntate a quattro obbiettivi principali:vaccini, cellule staminali, anticorpi monoclonali, terapia genica.

    White Biotechnology (Biotecnologia bianca): si occupa dei processi biotecnologici di interesse industriale, costituendo microrganismi in grado di produrre sostanze chimiche.

    Green biotechnology (Biotecnologia verde): è il settore applicato ai processi agricoli. Attraverso modificazioni genetiche si cercano di ottenere organismi più adatti alle esigenze agricole e della zootecnia, accorciando i tempi dei lunghi programmi di ibridazione vegetale. Attualmente sono in corso diversi studi atti ad accertare l’eco-compatibilità e la sicurezza di tali processi. I prodotti transgenici più coltivati sono tabacco, soia, riso, cotone, patata, mais, zucca, pomodoro, autorizzati in Canada, U.S.A. e Giappone

    (da: http://www.biotecnologia.it/)

     

     

    Secondo Craig Venter in futuro sarà possibile creare l’uomo sintetico
     

     

     

     

     

    La più semplice maniera di misurare la diversità di una comunità ecologica è forse quella di contare il numero di specie che ne fanno parte. Abbiamo già detto che questo è molto riduttivo, tuttavia va notato che anche la semplice attribuzione di questo solo numero a un ecosistema implica comunque uno sforzo notevolissimo, ovvero la raccolta di un campione di organismi sufficientemente rappresentativo di tutte le specie della comunità e il riconoscimento delle specie a cui appartengono i diversi organismi.

    Il campione stesso, però, fornisce delle ulteriori informazioni e precisamente le abbondanze relative delle diverse specie, cioè le percentuali con cui le varie specie sono presenti nel campione e quindi, se il campione è statisticamente significativo, nella comunità. È facile capire che anche le abbondanze relative, oltre al numero di specie, concorrono a definire il grado di diversità di un ecosistema. Consideriamo infatti due comunità ciascuna contenente dieci specie, ma in cui la prima sia caratterizzata da specie aventi tutte la stessa abbondanza (10% del totale), mentre la seconda è dominata da una specie cui appartiene il 95% degli organismi del campione con le restanti nove specie concentrate nel rimanente 5%. Tutti attribuirebbero intuitivamente un maggior grado di diversità alla prima comunità. Per risolvere questo problema e descrivere la diversità ecologica in maniera più efficace che non con il solo numero di specie vengono, perciò, utilizzati indici di diversità che tengono conto anche delle abbondanze relative.

    Il problema di definire la diversità non è tipico solo dell’ecologia, ma di innumerevoli altre discipline e insorge tutte le volte che si abbia un insieme di elementi ciascuno dei quali è attribuibile a una categoria (nel nostro caso la specie, ma potremmo considerare anche altre categorizzazioni come il colore, l’età, la dimensione, tutti valori che contribuiscono alla diversità ecologica). È spontaneo allora cercare di stabilire se questo insieme sia uniforme o diversificato rispetto ad una certa proprietà tipica dei suoi elementi. Quando ciascuna categoria sia associabile a una variabile casuale (ad esempio l’altezza degli alberi) la varianza del campione fornisce una semplice misura di diversità, in quanto misura il grado di scostamento dal valore medio.

    Ma quando le categorie sono di tipo qualitativo, come le specie di una comunità, non è possibile associare ad esse una variabile casuale in maniera naturale e i concetti di media e di varianza perdono senso. Tuttavia il concetto di diversità, come spiegato precedentemente, rimane intuitivamente ancora valido. Come possiamo definire un indice di diversità a partire dalle percentuali con cui ciascuna categoria è rappresentata nel campione? Questo problema è stato risolto per la prima volta nell’ambito della teoria dell’informazione indipendentemente da Shannon e da Wiener, che hanno definito il contenuto informativo di un messaggio costituito da diversi simboli sulla base della diversità del messaggio medesimo (ad es. un foglio contenente solo “a” ha sicuramente ben poco da dirci rispetto a un foglio che contenga una miscela di “a”, “b”, “c” e così via).

    Margalef (1958) è stato il primo ad applicare questi concetti alle discipline ecologiche. Prima di illustrare alcuni semplici concetti di base, va precisato che quanto esporremo si applica al caso in cui il campione di organismi raccolto sia molto grande, sia cioè rappresentativo di tutte le specie contenute effettivamente nell’ecosistema studiato. Quando il campione sia finito i ragionamenti vanno opportunamente modificati (per maggiori dettagli si veda il libro di Pielou, 1977).

L’InfoPOINT SARDEGNA e l’InfoPOINT ARBATAX-TORTOLI’

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