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“Sempre più poveri, meno acqua e guerre per le risorse”: è il futuro con il global warming

“Sempre più poveri, meno acqua e guerre per le risorse”: è il futuro con il global warming

WASHINGTON - La Terra del futuro, a causa del riscaldamento globale causato dall’uomo, sarà un pianeta dove tutti i conflitti e le malattie della modernità saranno “esacerbati”. Il che significa fame, povertà, alluvioni, ondate di caldo, siccità, malattie e guerre per le risorse.
Non è la trama di un film catastrofista ma la bozza delle conclusioni d …

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Summary : Trapelato in rete la bozza del rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change che sarà presentato a marzo: descritte le conseguenze drammatiche che il riscaldamento globale renderà ancora più gravi

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WASHINGTON - La Terra del futuro, a causa del riscaldamento globale causato dall’uomo, sarà un pianeta dove tutti i conflitti e le malattie della modernità saranno “esacerbati”. Il che significa fame, povertà, alluvioni, ondate di caldo, siccità, malattie e guerre per le risorse.

Non è la trama di un film catastrofista ma la bozza delle conclusioni d un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) che sarà rilasciato a marzo ma di cui sono finiti online ampi stralci. Il rapporto sottolinea proprio l’uso della parola “esacerbare” per descrivere gli effetti del global warming.

Lo studio dell’organizzazione – nata nel 1988 e premio Nobel nel 2007 insieme ad Al Gore – parla anche di un calo deciso del reddito pro-capite delle popolazioni. Il documento – che è solo una bozza su cui i governi discuteranno nei prossimi mesi, prima del rilascio definitivo – è solo l’ultima delle preoccupanti previsioni sul futuro del nostro pianeta.

“Già abbiamo visto grandi impatti e grandi conseguenze del riscaldamento globale”, spiega all’Ap Chris Field, climatologo della Carnegie Institution e primo autore dello studio: “E ne vedremo altre in futuro”. A essere colpite saranno soprattutto le città, che sono gli ambienti più vulnerabili, e i più poveri.

Le venti città a rischio inondazione

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Le metropoli sommerse dall'acqua sono uno scenario da film apocalittico ma purtroppo molto reale. Basta pensare alla catastrofe accaduta a New Orleans nel 2005 con l'uragano Katrina. I danni e le perdite in vite umane potrebbero, nei prossimi anni, aumentare in maniera esponenziale se non verranno attuate adeguate misure di prevenzione. L'innalzamento del livello delle acque dei mari e la subsidenza (il progressivo abbassamento del suolo dovuto a un processo naturale o alle estrazioni da parte dell'uomo) infatti aggravano il rischio di inondazione. Tra le più vulnerabili ci sono anche alcune metropoli americane come New York, Miami e New Orleans o asiatiche (le più a rischio sono Guangzhou, in Cina e le indiane Mumbai e Kolkata). Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha valutato il rischio di inondazioni delle maggiori città costiere del mondo con almeno un milione di abitanti (Venezia infatti, che in Italia desta molta preoccupazione, non compare): il costo annuale per i danni da inondazioni ammontava, nel 2005 (l'anno di Katrina), a circa sei miliardi di dollari. Una cifra che è destinata a salire fino a toccare, potenzialmente, mille miliardi di dollari nel 2050 senza sufficienti investimenti per la prevenzione. L'indagine, condotta da un team di ricercatori inglesi, francesi e americani, prende in esame 136 grandi città in tutti i continenti e identifica le venti più vulnerabili secondo ben definiti parametri che considerano anche la distribuzione della popolazione e le misure di protezione adottate incrociati con i modelli di previsione di crescita delle acque, della popolazione stessa e del prodotto interno lordo delle rispettive zone
Guangzhou (Canton), 10 milioni di abitanti, in Cina, è considerata la metropoli più vulnerabile alle inondazioni
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Tianjin (Tientsin), 13 milioni di abitanti, in Cina, vicino alla foce del fiume Hai He nel Pacifico
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Guayaquil (oltre tre milioni e mezzo di abitanti) è una città dell'Ecuador sulla costa pacifica, sulla foce del fiume Guayas
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Ho Chi Minh City (oltre sette milioni di abitanti) è la più grande città del Vietnam, sorge sulla sponda occidentale del fiume Saigon
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Anche New York, sul fiume Hudson, è considerata molto vulnerabile alle inondazioni. Negli anni recenti è stata colpita da due violenti uragani (Irene nel 2011 e Sandy nel 2012) che hanno allagato la città e causato milioni di dollari di danni
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New Orleans, sulla foce del Mississippi, nel 2005 la città fu allagata a causa dell'uragano Katrina, che fece quasi 2.000 morti
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Al secondo posto per rischio inondazioni Mumbai (Bombay), la città più popolosa dell'India con 13 milioni di abitanti
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Kolkata (Calcutta) in India, quattro milioni e mezzo di abitanti, sorge su uno dei rami del fiume Gange
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Shenzhen (oltre 13 milioni di abitanti), nella provincia del Guangdong, in Cina
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Miami, sulla punta della penisola della Florida, negli Stati Uniti. E' una delle città americane più a rischio inondazione assieme a New Orleans, New York, Tampa e Boston
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Giacarta, capitale dell'Indonesia, conta più di nove milioni e mezzo di abitanti
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Abidjan, ex capitale della Costa d'Avorio, ha quasi quattro milioni di abitanti. E' l'unica africana a comparire tra le prime venti città a rischio inondazioni
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Chennai, sulla costa orientale dell'India, è la capitale dello stato federato del Tamil Nadu. Ha oltre quattro milioni di abitanti
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Surat, oltre tre milioni di abitanti, sulla costa occidentale dell'India
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Zhanjiang (quasi sette milioni di abitanti) è una città della Cina meridionale nella provincia di Guangdong
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Tampa - St. Petersburg, area metropolitana sulla costa occidentale della penisola della Florida
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Tra le città americane a rischio inondazioni anche Boston, in Massachusetts, affacciata sull'Atlantico, sulla costa settentrionale degli Stati Uniti
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Bangkok (più di otto milioni di abitanti), capitale della Thailandia, sorge lungo il fiume Chao Phraya
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Xiamen, di fronte all'isola di Taiwan, nella provincia del Fujian. Conta oltre due milioni e mezzo di abitanti
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La città di Nagoya, in Giappone, nella prefettura di Aichi, ha più di due milioni di abitanti e il suo porto si affaccia sull'oceano Pacifico

“Nel 21esimo secolo – continua il rapporto – l’impatto del riscaldamento globale rallenterà la crescita economica e la riduzione della povertà, eroderà la sicurezza alimentare e darà vita a nuove trappole della povertà. Il cambiamento climatico esacerberà la povertà nei paesi a basso e medio reddito, creando sacche di disuguaglianza nei Paesi più ricchi”.

Sono sei i ‘rischi-chiave’ che l’Ipcc prospetta:
1. Vittime per il caldo e per le alluvioni causate dall’innalzamento dei mari
2. Carestie per l’aumento delle temperature e il cambiamento delle precipitazioni, soprattutto nei Paesi poveri
3. I contadini e l’agricoltura fallirà per la mancanza di acqua
4. Danni alle infrastrutture per il clima estremo
5. Ondate di calore pericoloso e mortali
6. Il collasso di alcuni ecosistemi terrestri e marini

Gli esperti specificano che nessuno di questi drammi è conseguenza esclusiva del riscaldamento globale, ma il global warming li peggiorerà tutti. E la parte sicuramente più controversa del rapporto è quella che collega riscaldamento globale e guerre: “Il global warming aumenta indirettamente i rischi di conflitti violenti sotto forma di guerre civili, violenza tra gruppi e proteste”. Un altro studioso, Michael Mann, sempre all’Ap conferma le prospettive: “Da tempo sappiamo che il riscaldamento minaccia salute, terra, cibo e acqua”.

Di più: il rapporto analizza la situazione e i rischi continente per continente: in Nord America, il rischio maggiore sono i roghi incontrollati, le ondate di calore e le inondazioni. Per Europa Sud America e Asia i danni ariveranno dall’acqua, nel senso di alluvioni e siccità, e dal caldo. Il tutto sarà ancora più grave in Africa, dove il fantasma del futuro potrebbe causare morti di fame e di sete e gravi epidemie.

Una nota positiva, forse l’unica, c’è: questo è il peggiore degli scenari possibili, quello in cui l’umanità non faccia nulla per evitarlo. Chris Field spiega: “Non sono disperato perché vedo la differenza tra un mondo in cui non facciamo nulla e uno in cui ci rimbocchiamo le maniche e facciamo qualcosa”.

In nero la linea della serie storica delle emissioni di CO2. In rosso lo scenario catastrofico che porta a un aumento di oltre 4 gradi rispetto all’era preindustriale. In blu lo scenario virtuoso della riconversione green. In mezzo alcune ipotesi intermedie.

L’andamento dell’estensione dei ghiacci artici

Quindi qualcosa si può fare ma ci sono molti dubbi che il mondo stia facendo abbastanza: secondo il rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia, pubblicato a giugno, l’aumento dell’inquinamento per i gas fossili rallenta ma non abbastanza per centrare gli obiettivi e limitare la crescita della temperatura media dell’atmosfera. La concentrazione di Co2 nell’atmosfera è – secondo i dati del Noaa statunitense – al livello record di 400 parti per milione (all’inizio della rivoluzione industriale erano a quota 280) come 3 milioni di anni fa, quando l’homo sapiens non esisteva e il livello dell’acqua era più alto di 30 metri. Trenta metri che vorrebbero dire intere città costiere spazzate via.

L’innalzamento dei mari è dovuto allo scioglimento dei ghiacciai, che battono quasi ovunque in ritirata, specialmente nell’Artico dove il pack perde più del 3,5% di superficie ogni dieci anni. E il clima sempre più fuori controllo causa inondazioni e alluvioni continue, nei paesi più poveri come il sud-est asiatico dove i morti si contano ogni anno in decine di migliaia, senza parlare degli sfollati. Nonostante tutto questo, l’Ipcc continua a dircelo: ancora si può fare qualcosa. Ancora.

 

L’InfoPOINT SARDEGNA e l’InfoPOINT ARBATAX-TORTOLI’

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